16.10.2008
Geni e cultura camminano insieme
La Repubblica, 16 ottobre 2008
Luigi Luca Cavalli Sforza, uno dei massimi genetisti viventi, ha deciso di rientrare definitivamente in Italia dopo 37 anni passati negli Stati Uniti, alla Facoltà di Medicina della Stanford University, dove è stato professore e poi professore emerito di Genetica. Il prossimo 24 ottobre a Roma aprirà il Congresso nazionale della Società italiana di Psiconeuro endocrinoimmunologia con una lezione magistrale su "Geni e cultura: il ruolo dei comportamenti nell'evoluzione umana".
Il caso e la necessità
È qui la peculiarità della ricerca di Cavalli Sforza e, al tempo stesso, il coraggio di un'indagine necessariamente interdisciplinare, che presuppone una contaminazione tra scienze biologiche e scienze cosiddette umanistiche. "Il primo vantaggio che si può trarre da questo approccio multidisciplinare", scrive in un suo recente libro "Il caso e la necessità", Di Renzo Editore, Roma 2007, "è il piacere intellettuale di trovare somiglianze e concordanze tra ambiti di studio così disparati e solitamente presentati come opposti, come la scienza e le discipline umanistiche".
Ma il libro che ha fatto più scalpore sull'argomento lo pubblicò nel 1981 assieme al genetista di popolazione Marcus W. Feldman, con il titolo "Cultural transmission and evolution", Princeton University Press, dove introdusse il concetto di "evoluzione culturale" che, al pari di quella biologica, obbedisce alla stessa necessità: l'adattamento della specie.
"L'evoluzione culturale è un'invenzione, o meglio, una manifestazione dell'evoluzione genetica, una delle tante. Non è unica dell'uomo. Vi sono manifestazioni "sociali" anche nei batteri che qualcuno equipara a fenomeni culturali. Ma nessuna specie ha sviluppato un'evoluzione culturale altrettanto potente come quella umana. E ciò grazie al linguaggio che permette di comunicare e trasmettere informazione e potenziali implicazioni non esclusivamente ai propri discendenti biologici, come invece è caratteristica dell'evoluzione genetica".
Questa idea della co-evoluzione dei geni e della cultura può però avere anche un'altra lettura, per così dire di tipo "sociobiologico", che mette in risalto soprattutto il lato biologico. Secondo questo approccio, la cultura evolve in quanto evolvono i geni.
Nel 1978 uscì un altro libro che fece tanto scalpore da prendere il premio Pulitzer. Parlo di "On Human Nature" di Edward O. Wilson, scritto assieme al fisico Charles Lumsden, il cui messaggio centrale può essere riassunto in una frase efficace: "I geni tengono la cultura al guinzaglio".
"Wilson è un grande entomologo", commenta Cavalli Sforza, "studia gli insetti. È indubbio che l'evoluzione sociale delle formiche e degli altri insetti sociali si è sviluppata largamente per via genetica in un arco di tempo molto lungo. Le formiche hanno impiegato milioni di anni per costruire i loro sistemi sociali e i loro ambienti attraverso l'evoluzione genetica. Ma l'evoluzione culturale umana non segue queste leggi. In virtù del suo particolare meccanismo di trasmissione, essa ha una velocità potenzialmente enorme. Wilson non ha capito che la differenza principale tra evoluzione genetica e culturale è proprio nel meccanismo di trasmissione".
L'era della comunicazione
"Un meccanismo di trasmissione che può essere", aggiunge Cavalli Sforza, ""da uno a molti" e, nell'epoca di internet, anche da "molti a molti". Quella attuale è veramente la fase della comunicazione globale, che potrà avere importanti ripercussioni sulla stessa evoluzione, con esiti che possono essere positivi, ma anche tremendamente pericolosi".
"Abbiamo sviluppato poteri enormi", conclude lo scienziato, "che possono essere posseduti da un solo individuo. Se qualcuno scatenerà una guerra atomica potrebbe anche causare la distruzione della specie umana e di molte altre". Causando così la fine dell'evoluzione umana.
Società italiana di Psiconeuro endocrinoimmunologia