23.02.2007
Più del Dna può la cultura
di PIETRO M. TRIVELLI
E’ STATO il primo a dimostrare che le razze non esistono. A spiegare
che le diversità fra le genti consistono nelle barriere culturali, non
nel colore della pelle. Luca Cavalli Sforza, uno dei massimi genetisti (membro
della Royal Society di Londra e dell'Accademia nazionale delle scienze degli
Stati Uniti), era giunto a questa conclusione prima che la genetica diventasse
scienza dello scandalo, per certi esperimenti prossimi a Frankenstein. Nel
suo laboratorio di Stanford, in California, ha creato una delle prime banche
dati per ricostruire l'albero genetico dell'umanità, dopo aver girato
il mondo (per esempio tra i Pigmei), raccogliendo sangue da "schedare" con
le tecniche di analisi del Dna.
«La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze
genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano
i diversi gruppi etnici», spiega Luca Cavalli Sforza, genovese, 79 anni,
già professore a Cambridge e a Pavia, prima di trasferirsi nel 1971
in America, dove dal 1991 si occupa del progetto Genoma Umano, di cui è uno
dei promotori: una "mappa storica" della diaspora umana, a partire
dal nucleo originario nell'Africa subsahariana. Le sue ricerche le ha raccolte
in oltre 500 pubblicazioni, fra le quali resta fondamentale Geni, popoli
e lingue (Adelphi), una specie di archeologia biologica, dove scava nella
complessa variabilità da individuo a individuo. E’ stato premiato
dal Centro Pio Manzù (le cui giornate di studio hanno avuto per tema
quest’anno il mistero della vita) per aver "ricucito" il filo
d'Arianna che lega la storia dell'umanità: insanguinata - come accade
ancora adesso - da forsennati conflitti provocati non solo da ideologie e culture
contrapposte, ma persino da fedi e religioni diverse, forse più di ogni
barbarie.
Esiste un nesso tra "razze", etnie, e religioni?
«No, non vedo questo nesso. Né credo che sia possibile cercarlo»,
risponde Cavalli Sforza. «Dubito persino - aggiunge - che, al giorno
d'oggi, si possa ancora parlare di religione. Con i risultati che si vedono
in giro, non vorrei che i nostri lontani posteri scoprissero che non c'è mai
stata pietà religiosa, come noi abbiamo già fatto per smentire
l'esistenza delle razze».
Perché?
«Ma perché, anche in questo caso, sono soprattutto ragioni storiche
a creare le differenze di religione, non meno di quelle politiche e culturali.
Non sono mai riuscito a vederci delle motivazioni genetiche e continuo a non
vedercele. Sul piano scientifico, in ogni caso, sarebbero ipotesi troppo deboli».
Proviamo a farne qualcuna?
«Non mi diverto a fare ipotesi. Ho sempre il terrore che vengano prese
sul serio. Come capita a certi miei colleghi che, innamorati dei geni, se ne
servono per spiegare tutto e il contrario di tutto. Mentre io sono convinto
che i geni sono indubbiamente importanti, ma lo è altrettanto l'educazione:
non nel senso stretto della parola, bensì per quanto riguarda l'ambiente
sociale in cui siamo cresciuti».
Si può misurare una priorità genetica rispetto a quella
ambientale e culturale?
«E' molto difficile stabilire una scala gerarchica di valutazione delle
due componenti. Ma abbiamo ormai accertato che le differenze culturali sono
enormemente importanti, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente
di più».
La religiosità estremizzata può annoverarsi nell'ambito
genetico di una certa cultura, per esempio islamica o ebraica o cristiana?
«No, direi di no. Ma può anche darsi che ci siano delle componenti
e delle diversità genetiche pure in materia di religiosità. Però è estremamente
difficile stabilirlo, oltre che rischioso. Credo che non ci sia alcuna speranza
di arrivare a una simile conclusione. Se dovessimo eseguire esperimenti di
laboratorio, come si fa sui topi, bisognerebbe ricavarne degli incroci collocando
i risultati in ambienti il più possibile omogenei se non identici. Ma
nemmeno così sarebbe una ricerca facile. In simili esperimenti si constata
che persino i topi vanno a cercarsi un loro ambiente, in condizioni diverse
uno dall'altro. Per quanto riguarda l'uomo, tuttavia, è proprio impossibile
stabilire se i caratteri di comportamento siano genetici oppure no. Altrimenti
si resta in una generica aneddotica».
Qualche esempio, tra aneddoti e rigore scientifico?
«Eccone uno. Dalla misurazione del quoziente d'intelligenza, che io considero
una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media
di quindici punti tra l'intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno
cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni
dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi.
E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani
bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono
scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto - altro
esempio - che i cinesi sono molto più bravi in matematica».
Come si spiega quest'attitudine?
«Sono convinto, pur senza averne le prove, che la differenza con gli
occidentali è dovuta al fatto che cinesi e giapponesi usano un alfabeto
ideografico. Quando si vanno ad esaminare i test d'intelligenza più raffinati
ed astratti, si constata che sono quasi come la lettura dei caratteri ideografici.
Chi ci è abituato fin da piccolo riesce ad imparare diecimila o ventimila
caratteri, distinguendo i concetti da leggere rapidissimamente. E questo è senza
dubbio un magnifico training per il quoziente d'intelligenza. Se ne ha la controprova
esaminando con il medesimo test i cinesi cresciuti senza la tradizionale cultura
degli ideogrammi».
Fino a che punto, dunque, le "barriere culturali" condizionano
o determinano le diversità?
«Ce ne sono moltissime, di queste barriere. Per esempio, tra la Cina
del Nord e la Cina del Sud c'è una barriera antichissima, superata solo
negli ultimi duemila anni, quando è stato possibile stabilire lingue
comuni, o almeno molto simili per quelle popolazioni, con l'unificazione politica
di immensi territori. Tuttavia ciò non si è subito tradotto nell'unificazione
culturale completa», spiega ancora Luca Cavalli Sforza, abbracciando
una situazione per molti aspetti mondiale: per sei miliardi di abitanti che
soffrono di diecimila malattie più o meno fisse, come quelle individuate
da Mendel 136 anni fa. E questo è stato uno degli argomenti specifici
trattati dall’insigne genetista alle stimolanti giornate del Centro "Pio
Manzù" (mentre "La storia umana degli ultimi centomila anni" è il
titolo della sua successiva conferenza alle Letture Aloisi dell'università di
Padova, a cura della Fondazione Sigma-Tau). Senza dimenticare il tema di moda
della clonazione.
Che ne pensa delle manipolazioni genetiche? Ridurranno davvero il genere
umano a una fotocopia di se stesso?
«Non dimentichiamo - dice Cavalli Sforza, smorzando il pessimismo degli
apocalittici - che l'ingegneria genetica è utile alla salute. Mentre
l'idea di trasformare la specie umana mi sembra impensabile».
Speriamo che abbia ragione. Tanto l'uomo - se ci si mette - sa essere brutto
e cattivo da solo. Senza clonarsi
http://www.ilmessaggero.it/hermes/20011024/01_NAZIONALE/21/A.htm
Di Renzo Editore - Il
caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica -
Luca Cavalli Sforza