23.02.2007
E dall’oasi spuntò il gene del cervello
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza
A
caccia di geni, di Edoardo Boncinelli, è un
bellissimo libretto, appena comparso in una nuova colla di biografie
scientifiche della Di Renzo Editore (pagg. 78, lire 18.000). Boncinelli
vi racconta brevemente la sua vita, accanto alla sua attività di
ricercatore, ed è rinfrescante leggere la storia di un uomo che
sembra aver conservato malgrado il successo scientifico che qualche volta
porta, come tutti i successi, a sentirsi troppo importanti, abbastanza
senso dell’umorismo da non prendersi troppo sul serio, pur conservando
un enorme entusiasmo per il proprio lavoro.
È raro trovare tante informazioni, ed esposte con tanta chiarezza, in
così poche pagine. Vi si trova la storia personale (naturalmente piuttosto
sintetica) e quella professionale di un uomo appena sopra i cinquanta; la spiegazione
di una parte affascinante dell’embriologia, in cui sono avvenute le ultime
scoperte della genetica; il racconto dei nuovi contributi, tutt’altro
che modesti, portati a queste ricerche dal Boncinelli stesso e dai suoi collaboratori;
considerazioni generali sullo stato della biologia in Italia, consigli ai giovani
e altre cose ancora. L’autore ha una straordinaria capacità di
concentrare, semplificare ed esporre in modo gradevole. Ci dice che «una
scoperta scientifica che non possa essere raccontata in modo comprensibile
non è una scoperta scientifica».
Fare una bella scoperta e saperla raccontare sono due abilità distinte. È difficile
che una persona le possieda entrambe, come qui. Noi ad esempio, lavoriamo in
due per ottenere questo risultato. Per uno di noi (Luca, padre), capire la
parte scientifica del libretto non è un problema, perché fa parte
del suo mestiere di genetista. È più difficile per Luca valutare
esattamente quanto il libretto sia comprensibile al grande pubblico, e su questo
punto il giudizio dell’altro (Francesco, figlio), uomo di cinema e televisione,
laureato in filosofia, ha molto più valore. Per trasmettere in modo
semplice informazioni su argomenti complessi abbiamo unito le nostre forze
in più occasioni, ci sembra con buon successo: un libro sull’evoluzione
umana è già stato pubblicato in italiano e in molte altre lingue,
e ridotto ad uso delle scuole secondarie. È un’esperienza che
ci incoraggia a proseguire la collaborazione anche a livello giornalistico.
La ricerca di Boncinelli è stata dedicata, dopo inizi ragionevolmente
fortunati anche l’autore non dà loro molto peso, a certi geni
scoperti nella drosofila, il famoso moscerino del mosto che ha avuto così grande
importanza per lo sviluppo della genetica. Si tratta di geni, la cui esistenza
era nota da tempo, che determinano la struttura del corpo della drosofila:
in particolare, ognuno di essi decide quella del torace, dell’addome
e così via. Cambiamenti minimi (detti «mutazioni») che avvengono
spontaneamente in questi geni possono determinare vistose variazioni della
forma del moscerino. Una di queste, ad esempio, produce lo sdoppiamento del
torace, da cui partono le ali della drosofila. Con due toraci anziché uno,
disposti in fila fra la testa a l’addome, la drosofila non ha più due
ali ma ne ha quattro. Questo è un cambiamento eccezionale sul piano
zoologico, perché gli insetti con due ali sono Ditteri, cioè,
con nome comune, mosche, e quelli con quattro sono Lepidotteri (farfalle).
Naturalmente vi sono molte altre differenze, oltre a questa, fra mosche e farfalle,
ma il numero delle ali è tra le più importanti. Altre mutazioni
trasformano antenne in zampe, producendo «mostri» di diversa natura.
Solo di recente è stato possibile analizzare la natura chimica di questi
geni, grazie alle nuove tecniche di studio del Dna, la sostanza di cui i geni
sono fatti e in cui è racchiuso il nostro patrimonio ereditario.
Boncinelli ha iniziato a studiarli nella drosofila, un organismo che si presenta
a perfezione alle ricerche sui caratteri ereditari, perché è facile
da allevare in laboratorio e da osservare in dettaglio al microscopio e si
riproduce ogni due settimane. In seguito però ha avuto l’idea
di cercare gli stessi geni nell’uomo e ha scoperto che anche nelle nostre
cellule ve ne sono di molto simili, altrettanto fondamentali nel determinare
la struttura del corpo. Come tutti i geni veramente importanti nell’economia
di un organismo, anche questi sono cambiati assai poco nel corso dell'evoluzione,
per cui c'è poca differenza fra i geni che controllano lo sviluppo del
corpo nell’uomo e nel moscerino. Questa elevata somiglianza ha permesso
di isolarli molto più facilmente e quindi studiarne la struttura chimica
anche nell’uomo. Può sembrare del tutto incredibile che geni molto
simili diano risultati così diversi nei due organismi: almeno superficialmente,
che somiglianze vi sono fra noi e l’umile drosofila? Ma c’è una
buona ragione perché ciò accada: questi geni sono dei supercontrollori
dell’attività di molti altri geni, i quali si occupano dei dettagli,
ad esempio di fabbricare un’ala o una zampa. Sono di livello gerarchicamente
superiore: decidono in che ordine distribuire le varie regioni del corpo. Altri
geni, sottoposti al loro comando, provvedono a fornire una certa regione di
una zampa, di un braccio, di un’ala, a seconda del caso.
All’interno dei cromosomi, questi supercontrollori sono disposti in un
ordine preciso, che corrisponde all’allineamento dei vari segmenti del
corpo. La segmentazione caratteristica di un minuscolo insetto quale la drosofila,
si è mantenuta ed estesa negli organismi superiori, come balza all’occhio
osservando la colonna vertebrale. La materia nervosa in essa contenuta, il
midollo spinale, è in diretta continuità con il cervello, così come
il cranio osseo è la diretta prosecuzione della colonna vertebrale.
Anche le ossa del cranio e il cervello sono segmentati, benché in forma
meno immediatamente visibile perché si sono profondamente trasformati
nel corso dell’evoluzione. Il Dna che controlla lo sviluppo di queste
parti del nostro corpo mostra una analoga segmentazione, parallela a quella
che si osserva su tutto l’asse nervoso, dalla parte frontale del cervello
alla fine del midollo spinale: i geni sono allineati, benché con interruzioni,
in sequenze simili a quelle dei segmenti di corpo che controllano.
La parola scientifica che descrive questo parallelismo è molto espressiva:
colinearità. Anch’essa è spiegata in un glossarietto che
si trova al termine del volume, e che è compreso, insieme a disegni
esplicativi, in poche pagine. Accanto alla colinearità spaziale, è stata
poi scoperta una colinearità temporale: nel corso dello sviluppo dell'embrione
questi geni si attivano in sequenza, l’uno dopo l’altro, in un
ordine che corrisponde al loro allineamento nello spazio e quindi anche all’allineamento
dei segmenti corporei di cui dirigono la costruzione.
La ricerca su questi supercontrollori, scoperti sfruttando abilmente le somiglianze
evolutive che esistono fra tutti gli organismi viventi, non aveva però individuato
geni che controllassero lo sviluppo del cervello. Boncinelli è tornato
alla drosofila, a cercarvi possibili mutazioni che influissero sullo sviluppo
del sistema nervoso di questo moscerino. Ha acquisito le conoscenze che gli
interessavano e le ha ancora una volta applicate allo studio del patrimonio
genetico umano. Di nuovo ha trovato quel che cercava, e ha scoperto quattro
nuovi geni, due dei quali sono direttamente responsabili dello sviluppo del
cervello. Uno di essi è coinvolto nel determinare la struttura della
corteccia cerebrale, la cosiddetta «materia grigia», sede del pensiero.
Osservazioni cliniche hanno confermato l’importanza di questo gene, che
in caso di mutazioni provoca gravi anomalie del cervello.
Più di trent’anni fa l’autorevole rivista americana Science
aveva descritto la situazione della ricerca biologica in Italia come un deserto
con alcune belle oasi. La situazione è migliorata da allora, ma non
si è certo capovolta. Vi sono più oasi; e alcune sono anche più belle
di prima. Dopo i suoi inizi al Ligb di Napoli, fondato da Adriano Buzzati-Traverso,
Boncinelli oggi lavora in un’altra di queste, di recente origine e molto
promettente: il Dibit del San Raffaele di Milano, fondato da don Luigi Verzè.
Le ultime due pagine del suo libretto sono dedicate a consigli per i giovani
(tutti giustissimi) e ad una descrizione lapidaria della situazione italiana.
Il quadro è pessimistico. Purtroppo, è difficile contraddirlo.