14.04.2002
Geni contro il razzismo
Fonte: www.swif.uniba.it
Un pregiudizio tuttora diffuso, ma privo di basi scientifiche:
l'avevano già dimostrato Julian Huxley e Alfredo Addome nel l935
Uno studio basato sulla teoria dell'evoluzione poi confermato dalla
biologia molecolare
Alla fine dell'Ottocento il mondo era dominato da popolazioni di origine europea,
che avevano creato vasti imperi coloniali e controllavano l'economia dell'intero
pianeta. Solo dopo la Seconda guerra mondiale la situazione avrebbe
cominciato a mutare, ma molto lentamente. La superiorità tecnologica
e militare dell'Occidente aveva favorito la convinzione che i popoli di
origine europea (quindi di pelle bianca) fossero intrinsecamente superiori
alle altre popolazioni della Terra, più avanzati, più potenti,
più civili, destinati a dominare il mondo. E una convinzione di
cui talvolta risuona ancor oggi. un'eco nelle parole di alcuni politici,
ma solo dei più ignoranti.
Al principio del secolo scorso, negli Stati Uniti si promulgano leggi volte
a impedire l'integrazione razziale. Fra il 1896 e il 1915, i matrimoni
fra bianchi e neri vengono vietati in 28 Stati dell'Unione. I sostenitori
dell'eugenica, cioè di politiche volte al 'miglioramento della razza'
si organizzano in un movimento di rilevante consistenza, che nel 1924
porterà all'adozione di leggi che limitano severamente l'integrazione
di individui non di "razza nordica". Fra gli esclusi sarà la "razza
mediterranea" (che comprende, fra gli altri, noi italiani). Nel
decennio successivo, il razzismo eugenico, privo di qualunque fondamento scientifico, è costretto
alla ritirata negli Stati Uniti, ma la sterilizzazione forzata di persone
che presentano "difetti" considerati ereditari proseguirà per
decenni, e le leggi che vietano i matrimoni interazziali sono dichiarate anticostituzionali
solo nel 1967. Oltreoceano, il nazismo al potere decreta la sterilizzazione
forzata, e procede all'eliminazione fisica dei portatori di handicap fisici
e mentali, uno sterminio che si estenderà presto a tutti
gli appartenenti a "razze inferiori", a ebrei e zingari.
In Italia le "leggi razziali" sono approvate nel 1938. Se
negli Stati Uniti e in Germania sono state considerazioni pseudoscientifiche
e convinzioni ideologiche a promuovere queste leggi razziste, il
caso italiano è diverso: si tratta del vile calcolo politico di un
dittatore obnubilato, che di li à poco guiderà il Paese al disastro. In
Italia, le leggi del '38 determineranno la persecuzione e lo smembramento di
migliaia di famiglie, la deportazione di decine di migliaia di individui
nei lager nazisti, la fuga all'estero di molti dei nostri cervelli
migliori.
Questi erano i tempi. Ma si trattava semplicemente di una falsa ideologia,
non di conoscenze scientifiche arretrate. Ce lo dimostra un bel
libro di Julian Huxley e Alfred Haddon, «Noi
europei un'indagine sul "problema razziale"», comparso
a Londra nel 1935 e ora in edizione italiana presso Edizioni di Comunità,
a cura di Claudio Pogliano.
Già in apertura di libro, gli autori distinguono fra il concetto
di razza e il concetto di nazione, precisando come le caratteristiche socioculturali
di un popolo siano tutt'altra cosa dalle sue caratteristiche etniche. Lavorando
sui dati disponibili allora e con strumenti d'indagine molto limitati rispetto
a quelli sviluppati in seguito, Huxley e Haddon giungono a conclusioni
straordinariamente simili a quelle odierne.
L'analisi delle differenze somatiche fra i diversi tipi umani rivela
una certa discontinuità fra regione e regione del mondo. Cambiano
i tratti fisici, il colore della pelle, l'altezza, la forma della faccia e
la corporatura. Ma questi aspetti della nostra costituzione biologica
si riferiscono solo alla superficie del corpo. La quasi totalità delle
nostre caratteristiche biologiche è nascosta, si tratta di caratteri
ereditari che non si rivelano all'occhio dell'osservatore. Analizzando
il sistema di gruppi sanguigni A-B-0 (in sostanza l'unico carattere genetico
che si poteva studiare quando il libro fu scritto), le differenze fra
i gruppi umani stanziati in diverse regioni del mondo appaiono assai più continue
e graduali.
Gli autori concludono, correttamente, che non vi è base alcuna
per parlare di distinzioni in razze - e meno ancora in sottospecie - per la
specie umana, come facciamo per i cani e i cavalli e per molte altre specie. I
tratti esterni del corpo, quelli che mostrano maggiore variazione, sono
direttamente soggetti all'influenza dell'ambiente e in particolare del
clima dell'area in cui una popolazione vive, per cui cambiano in tempi brevi
sulla scala evolutiva. Per quanto riguarda i caratteri nascosti
- quelli che contano davvero nel farci essere ciò che siamo - la
variazione fra un popolo e un altro è ben poco superiore alla variazione
che si riscontra all'interno di uno stesso popolo.
Quello che Huxley e Haddon non potevano sapere, perché solo negli ultimi
decenni lo si è potuto dimostrare con sicurezza, grazie alla genetica
molecolare e ai progressi della paleontologia e dell'archeologia, è che
la ragione per cui la specie umana è cosi poco differenziata al suo
interno rispetto alle altre specie viventi è semplicemente che si tratta
di una specie molto giovane. Siamo distribuiti sull'intero pianeta,
ma la migrazione che ha portato Homo sapiens sapiens a
occupare i continenti è avvenuta solo nelle ultime decine di migliaia
di anni, non nelle ultime decine di milioni. Non c'è stato
il tempo per differenziarsi in razze o specie distinte.
La variabilità genetica è dovuta alla mutazione, un fenomeno
spontaneo e abbastanza raro che si verifica a ogni generazione e fa si che
i geni dei figli non siano una copia perfettamente identica
di quelli dei loro genitori. A volte la
mutazione fornisce un figlio di una caratteristica particolarmente vantaggiosa
rispetto all'ambiente in cui vive, che dà a chi ne è munito maggiori
probabilità di sopravvivere e riprodursi rispetto a chi ne è sprovvisto,
così che il numero dei suoi discendenti tende ad aumentare nell'arco
delle generazioni. Questa è la selezione naturale. Mutazione
e selezione naturale sono due pilastri della teoria dell'evoluzione. La
mutazione genera cambiamento, la selezione fa sì che le mutazioni vantaggiose
si diffondano nello spazio e nel tempo.
La variabilità genetica interna a una specie è la sua migliore
garanzia di sopravvivenza. In Europa, ad esempio, le grandi epidemie
di peste hanno ucciso anche i 2/3 della popolazione in certe regioni. Gli
altri però sono sopravvissuti, talora grazie a qualche migliore difesa
genetica. Lo stesso fenomeno si sta verificando oggi in Africa e
in parte dell'Asia con l'epidemia di Aids.
Ci sono altri due fattori che contribuiscono a creare variabilita, la migrazione
e la deriva genetica. La migrazione rimescola le carte (cioè i
geni), per via dello scambio genetico tra immigranti e nativi, e tende quindi
a rendere le popolazioni più omogenee. La deriva genetica è invece
la fluttuazione casuale della frequenza dei geni da una generazione
a un'altra. Nel corso della storia umana vi sono stati numerosi episodi
che hanno drasticamente ridotto di numero gli esseri umani. In Europa,
ad esempio, i gruppi sopravvissuti all'ultima, glaciazione, fra i 25.000 e
i 13.000 anni fa, dovevano essere di dimensioni molto ridotte. Ogni volta
che si verifica una strozzatura demografica, solo i geni dei sopravvissuti
vengono passati alle generazioni successive. Quando un piccolo gruppo
migra altrove, però, può creare una popolazione un po' diversa.
E interessante confrontare le conclusioni di Huxley e Haddon sui Popoli europei
con lo stato delle conoscenze di oggi. Gli autori non hanno introdotto
gli effetti della deriva genetica, che già era stata studiata nella
teoria matematica dell'evoluzione sviluppata negli anni Venti. Ma
la sua importanza non era ancora stata capita, e solo l'avvento del computer avrebbe
permesso di sviluppare la potenza di calcolo necessaria per applicare le formule
teoriche ai dati.
Huxley e Raddon accettano la distinzione, proposta dall'antropologia
fisica, in tre gruppi etnici europei (rifiutando esplicitamente il termine "razze'):
Mediterranei, Nordici ed Eurasiatici (questi ultimi estesi dalla Francia
centrale alla Russia). Aggiungono due gruppi noti solo attraverso la ricerca
archeologica: i cercatori di metalli distribuiti lungo le coste mediterranee
e atlantiche e il cosiddetto "popolo del bicchiere".
La descrizione odierna delle caratteristiche genetiche delle popolazioni europee
non se ne discosta molto. Ferma restando l'estrema similarità si
nota una leggera differenziazione fra 4 gruppi: il grosso delle nazioni
del Centro Europa; un gruppo di tre nazioni mediterranee di lingua romanza
(Italia, Spagna e Portogallo); un gruppo di due nazioni di lingua slava
(Russia e Polonia) e l'Ungheria (che parla una lingua di altra origine). Questi
tre gruppi ricordano da vicino i tre proposti, da Huxley e Haddon. Il quarto
comprende Scozia, Galles e Irlanda, di radice celtica. A questi
si aggiungono alcuni "isolati" etnici e linguistici, come i baschi,
i sardi, gli islandesi, i lapponi, i finnici, i greci e gli jugoslavi. Per
ciascuno di questi gruppi si possono rilevare le tracce di antiche emigrazioni
che hanno favorito una marcata deriva genetica.
La grande fortuna dei popoli dell'Occidente negli ultimi secoli ha tutt'altra
spiegazione che una presunta superiorità biologica. In un saggio
pubblicato pochi anni orsono («Armi, acciaio e malattie»,
Einaudi), il fisiologo ed ecologo Jared Diamond ne
individua convincentemente le ragioni in una concatenazione di fattori di natura
squisitamente ecologica. Al tempo stesso, è importante rendersi
conto che questa supremazia è anch'essa temporanea: già il secolo
in cui siamo entrati vedrà nuovi protagonisti imporsi sulla scena mondiale.
All'ascesa di ogni impero ha fatto seguito,
in pochi secoli, il suo declino. Il
predominio occidentale dal Cinquecento in poi è stato largamente costruito
sullo sfruttamento delle risorse umane, agricole e minerarie del resto del
pianeta. I migranti che a milioni oggi traversano la Terra per bussare
alle porte dei Paesi ricchi vengono anche a recuperare parte di quanto è stato
loro sottratto. E da come sapremo, o non sapremo, promuovere uno sviluppo
ragionevole su scala globale, che si potrà misurare il valore effettivo
della nostra civiltà e la probabilità della sua sopravvivenza.
Luca Cavalli Sforza - Il caso e la necessità -
Di Renzo Editore